1.01.2007

Mai più patiboli. Per nessun motivo

L'impiccagione di Saddam Hussein chiude in modo orribile una vicenda che fin all'ultimo istante avevamo sperato potesse avere una fine diversa. Orribile, abbiamo detto, non soltanto perché così da tempo ci appare ogni esecuzione di condanna a morte, ma anche per il fatto in sé che inchioda la tragica avventura della guerra irachena a un episodio lugubre destinato a pesare sulle coscienze di tutti. Di tutti sì, persino su quelle di chi nel 2003 si dissociò senza indugi dal conflitto mesopotamico.
Non ci è sfuggita nei giorni scorsi una curiosa esitazione da parte di studiosi vicini all'amministrazione Bush, quali Daniel Pipes, Paul Berman, Peter Galbraith, che pure hanno giudicato eticamente legittima l'uccisione del dittatore di Bagdad. I tre hanno giustificato la decisione di far salire quell'uomo sul patibolo; ma si sono poi sentiti in dovere di aggiungere che il processo è stato contrassegnato da «una procedura affrettata e incompleta» (Pipes); che stavolta l'«uccisione del re», a differenza di quelle nel 1649 di Carlo I d'Inghilterra e nel 1793 di Luigi XVI in Francia, «non risolve nulla dal momento che in Iraq non è sorto un nuovo stato in sostituzione del precedente»; che non si può dimenticare che «noi americani eravamo alleati di Saddam mentre lui uccideva con i gas i suoi concittadini a decine di migliaia, sicché non dico che siamo complici ma siamo colpevoli di aver fatto finta di non vedere» (Galbraith); che adesso c'è il pericolo che «per gli insorti Saddam diventi un martire» e che «il conflitto fratricida tra sunniti e sciiti si ingigantisca e renda ingovernabile l'Iraq» (Pipes).
Altri hanno sottolineato la stravaganza della condanna a morte di Saddam per la strage di 148 sciiti nel 1982 a Dujail (fu la rappresaglia per un attacco al convoglio presidenziale) dal momento che ora il tiranno non potrà essere sottoposto a processo per reati incommensurabilmente più gravi consumati negli anni Ottanta quali l'uccisione di decine di migliaia di curdi e l'uso di armi chimiche nella guerra all'Iran. Altri ancora hanno messo in risalto come, a dispetto del fatto che il tribunale sia stato composto da iracheni, in terra irachena e abbia giudicato in obbedienza alle (attuali) leggi irachene, si sia trattato pur sempre di una giustizia dei vincitori a danno di un vinto.
Ma a noi sembra che tutte queste considerazioni — condivise da chi in un modo o nell'altro ha giustificato l'esecuzione e da chi invece quella messa a morte l'ha condannata e nella misura del possibile contrastata — colgano solo una parte della questione. Questione che va ricondotta a un punto di principio: non è, non può essere ammissibile che un tal genere di processi possa svolgersi in situazioni in cui sia anche solo contemplata la pena di morte. Il problema si pose già alla fine della Prima guerra mondiale quando, nel 1919, uno specifico articolo del trattato di Versailles impegnò i vincitori a trascinare alla sbarra Guglielmo II quale responsabile del conflitto (ma l'Olanda rifiutò di consegnare l'imperatore e il caso fu così risolto). E si ripropose a conclusione della Seconda guerra mondiale con i processi ai «vinti» che si tennero a Norimberga e a Tokyo.
In entrambi i casi, pur dopo dibattimenti che avevano offerto agli imputati maggiori garanzie di quelle riservate oggi a Saddam, si ebbero sentenze che non hanno mai smesso di provocare tormenti. In Germania già il dibattimento fu parzialmente minato nella sua credibilità per il fatto che evitò, a dispetto delle evidenze, di discutere il coinvolgimento di una potenza vincitrice, l'Urss, nell'aggressione alla Polonia, episodio da cui (nel settembre del '39) aveva avuto inizio la guerra; e alla fine capitò curiosamente che ebbero una pena relativamente lieve Baldur von Schirach e Albert Speer di cui era palese il coinvolgimento con i crimini hitleriani e fu invecemandato a morte (assieme a una decina di alti gerarchi nazisti) Julius Streicher, direttore di una rivista antisemita,
Der Stürmer colpevole d'un reato, per quanto odioso, «d'opinione». In Giappone una corte che (a differenza del tribunale di Norimberga formato dopo una complessa negoziazione tra le potenze vincitrici) era stata designata personalmente dal generale MacArthur, decise l'impiccagione del ministro degli Esteri Hirota Koki, di quello della Guerra Itagaki Seishiro e di altri cinque alti ufficiali ma, con motivazioni tutte politiche, lasciò in vita (e sul trono) l'imperatore Hirohito con il principe Asaka. Talché anche i contemporanei furono assaliti dal dubbio. Piero Calamandrei, che pure aveva giustificato il processo di Norimberga, in un celebre articolo sul Ponte domandò «perché gli imputati si sono trovati solo tra i vinti? e perché i giudici soltanto tra i vincitori?» Oggi l'elaborazione di problemi che, come abbiamo visto, sono stati dibattuti per tutto il secolo scorso ci porta a dire che un despota, per quanto gravi siano stati i suoi crimini, o viene ucciso al momento della sconfitta e della sua cattura oppure «deve» restare in vita. Sia processato e condannato a una pena detentiva, o all'esilio, ma mai sia consegnato a Corti che abbiano la facoltà di mandarlo al capestro. Il nostro sistema morale può tollerare un'uccisione a caldo con modalità che sappiamo non verranno mai accertate, ma non può più permettere lo stravolgimento di forme giuridiche per via di un esito che sempre e comunque apparirà scontato in partenza.
La morte di Saddam potrà essere utile solo in un modo: se soprattutto nell'Occidente provocherà un'ondata di riprovazione tale da convincere la comunità internazionale a non consentire che un episodio del genere possa ripetersi. Mai più. In nessuna circostanza. Per nessun motivo.

Paolo Mieli - Corriere della Sera
31 dicembre 2006

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