10.06.2005

«Dopo il sì a Ankara la Ue non è più un fortino cristiano»

Intervista a cura di Toni Fontana a Emma Bonino

«Avviando il negoziato con la Turchia, l’Europa dimostra di essere un partner forte e credibile. Dialogare con Ankara significa mandare un segnale a 20 milioni di musulmani che vivono nei nostri paesi. L’Europa che non deve trasformarsi in una cittadella cattolica, ma perseguire con forza il suo progetto politico». E il giudizio di Emma Bonino, ieri a Casablanca, sull’avvio della trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.

L’altra sera, quando a Rabat ha appreso la notizia dell’avvio del negoziato ha alzato la mano in segno di vittoria. Lei è stata tra i primi a sollevare la «questione turca» in Europa…
«Sì, vi sono mille motivi per farlo. La strada sarà certamente lunga, ma imboccarla farà bene all’Europa che, per prima cosa, compiendo questo passo, dimostra di essere una forza politica, un partner credibile che mantiene la parola data. Si apre ora un percorso che non sarà né facile, né scontato. Si è tuttavia si è finalmente vista un “Europa politica”, quella che, assieme a tanti, continuo a sognare. I negoziati richiederanno certamente molto tempo, ma discutere con la Turchia vuol dire anche dialogare con 20 milioni di musulmani che vivono in Europa».

Lei sostiene anche che l’avvicinamento della Turchia all’Europa comporterà vantaggio economici. Quali prove può portare per sostenere questa tesi?
«Se la Turchia va avanti così e la crescita economica procede allo stesso ritmo degli ultimi cinque-sei anni, cioè con percentuali del 7-8%, tra qualche tempo vedremo europei che traslocano ad Ankara e non il contrario. La vicenda turca rappresenta anzi una cartina di tornasole della crisi europea. La paura dei turchi non è tanto determinata da ragioni culturali, ma dall’aumento della disoccupazione in paesi come la Germania che, come la Francia, l’Austria ed altri, teme l’invasione di manodopera a basso costo. Quando i francesi dovevano votare al referendum sulla Costituzione è stato agitato lo spauracchio dell’”operaio polacco” che però nessuno ha finora visto. Se invece l’economia avesse goduto di buona salute l’esito della consultazione sarebbe stato diverso. Va poi ricordato che anche con l’allargamento ai 10 paesi europei è prevista la libera circolazione dei prodotti, ma è stata inserita la clausola dei 7 anni sulla circolazione delle persone».

La Turchia è un paese non arabo, ma musulmano. Quali potrebbero essere le ricadute di un eventuale ingresso di Ankara nelle relazioni tra Europa e l’Islam?
«Avviando il negoziato si afferma l’immagine di un Europa che non è una cittadella cattolica. L’Europa dimostra di rappresentare prima di tutto un progetto politico e non religioso. Ciò può aprire importanti canali di dialogo e di fiducia».

Qui in Marocco lei ha presieduto una conferenza internazionale sul pluralismo politico ed i processi elettorali che ha richiamato intellettuali e dirigenti in special modo dell’area mediterranea. Mentre a Rabat si discuteva di dialogo, a Bali si facevano esplodere i kamikaze..
«Sono appena tornata dall’Afghanistan ed ho la netta impressione che l’attrazione per Bin Laden o per la teocrazia iraniana o sudanese stia scemando. I musulmani che hanno accettato il nostro invito e sono venuti qui a Rabat, dalla Turchia o dall’Iraq o dalla Siria, rappresentano appunto un’alternativa e noi dobbiamo decidere quali sono i nostri amici e soprattutto sostenere una politica che favorisca i processi democratici in atto. Le conferenze sono certamente anche noiose e fanno purtroppo meno notizia degli attentati».

Qual è il messaggio reale e soprattutto concreto che giunge da questa iniziativa?
«In Europa ci torturiamo sulla questione se l’Islam è compatibile con la democrazia oppure no. Qui, a pochissima distanza dal nostro mondo, abbiamo riunito centinaia di esponenti del mondo arabo che, con convinzione o con molta fatica, si esprimono per l’ampliamento degli spazi di democrazia. Ciò rappresenta un risultato di rilievo. Si è discusso su come devono essere i partiti politici, il processo elettorale. Uno dei punti sui quali il confronto è stato più animato è stato il finanziamento pubblico dei partiti. C’è una realtà che “bolle” , sono stati fatti passi in avanti e molti, in Europa, non se ne sono accorti. Nella riunione promossa dal G8 che si terrà il mese prossimo in Bahrein è prevista la partecipazione ad una sessione delle Ong. Ciò rappresenta una novità che, con molta fatica, si sta affermando. Nel complesso tuttavia anche in paesi che si sono mossi con determinazione come il Marocco, la scommessa è ancora tutta da giocare».

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