4.02.2007

"Italia spreca un terzo delle risorse a causa degli edifici inefficienti"

Se l'efficienza energetica nelle abitazione fosse una realtà in Italia, le famiglie potrebbero risparmiare oltre il 30% dell'energia, contribuendo sensibilmente alla riduzione dei gas serra. È quanto è emerso oggi nel corso del seminario "Le sfide del clima", organizzato da WWF Italia insieme all'Ambasciata britannica e al Comune di Roma con l'obiettivo di unire le forze al fine di generare una cultura diffusa sull'efficienza energetica e promuovere azioni concrete.

Il risparmio energetico appare dunque, secondo WWF, l'opzione più valida per perseguire le politiche per Kyoto, aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti e migliorare il saldo estero per paesi importatori di combustibili fossili come l'Italia. "Eppure - si legge nel comunicato dell'associazione - gli interventi di miglioramento dell'efficienza energetica nelle abitazioni stentano a decollare nel nostro Paese, nonostante le buone norme in finanziaria".

"Governi, imprese e singoli individui possono e devono agire insieme per cambiare le cose - ha commentato Fulco Pratesi, presidente del WWF Italia - L'efficienza energetica, come dimostra l'esperienza di altri paesi può contribuire drasticamente a ridurre l'impatto negativo dei cambiamenti climatici".

Nel corso del seminario, sono emersi dati, elaborati su base ISTAT, che evidenziano come oltre 1/3 di energia venga sprecata per inefficienza delle abitazioni, un altro terzo sia invece perduto nella fase di produzione del calore, che ancora il 10% del calore nelle abitazioni è prodotto con gasolio. Inoltre, proprio oggi partirà "Filo diretto" la prima iniziativa legata all'evento "GenerAzione Clima", previsto per il prossimo autunno e realizzato grazie al contributo di RAS - Gruppo Allianz e Pirelli Re. Il progetto informerà i cittadini sulle opportunità legate alla messa in efficienza delle abitazioni con tecnici appositamente formati, in grado di rispondere on line su tutte le novità in materia di energia e clima.

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3.26.2007

Dal satellite l'evoluzione dei gas serra

Per la prima volta riprodotto l'andamento mondiale di metano e CO2 dal 2003 al 2005 grazie al satellite europeo Envisat

Ci sono voluti tre anni di osservazioni continue e l'analisi di migliaia di dati per arrivare a realizzare per la prima volta una mappa mondiale animata dell'evoluzione dei due principali gas responsabili dell'effetto serra: il metano (CH4) e l'anidride carbonica (CO2). L'animazione è stata fatta da Michael Buchwitz e Oliver Schneising dell'Istituto di fisica ambientale (Iup) presso l'Università di Brema, guidati da John P. Burrows, grazie allo Sciamachy (Scanning Imaging Absorption Spectrometer for Atmospheric Chartography), strumento posizionato a bordo del satellite europeo di indagine ambientale Envisat. Lo Sciamachy è il primo sensore spaziale in grado di misurare i principali gas serra con sensibilità elevata fino alla superficie terrestre, poiché osserva lo spettro della luce solare attraverso l'atmosfera in «nadir looking», cioè dall'esatta verticale.

METANO - Il metano è il secondo più importante gas serra dopo l'anidride carbonica, ma le molecole di metano trattengono il calore con un'efficienza venti volte superiore alla CO2. I dati ottenuti sul metano confermano anche i risultati di un altro studio eseguito nel 2005 dallo Iup presso l'Università di Heidelberg, in collaborazione con l'Istituto reale meteorologico olandese (Kmni), relative alle emissioni di metano superiori alle previsioni da parte delle foreste tropicali, in disaccordo con le simulazioni teoriche relative allo stesso periodo di tempo.

ANIDRIDE CARBONICA - Gli studiosi hanno utilizzato i dati ottenuti da Sciamachy nello stesso periodo per determinare le colonne atmosferiche di anidride carbonica, che viene prodotta sia per vie naturali che a causa di attività umane, come la combustione di carburanti fossili. Come per il metano, anche per la CO2 esistono lacune significative nella conoscenza delle sue sorgenti, come per esempio gli incendi, le attività vulcanica, il respiro di organismi viventi, terre emerse e oceani.


Paolo Virtuani
Tratto da corriere.it il 26 marzo 2007

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3.15.2007

Torri del vento in Molise, Di Pietro dice no

Contestato il piano del parco eolico sull'Adriatico. «In quest'area renderebbe poco». Ambientalisti divisi

Proprio nel giorno in cui il presidente della commissione europea Barroso ha lanciato un appello ai partner europei, chiedendo di coprire, entro il 2020, con fonti rinnovabili pulite almeno il 20% dei consumi energetici, in Italia scoppia una querelle sull'eolico, l'energia ricavata dal vento. Un progetto per la realizzazione del primo grande parco eolico offshore, nell'Adriatico, al largo della coste del Molise, è stato respinto da comuni, Province, Regioni e da alcuni settori del governo perché offenderebbe il paesaggio e il turismo. Profondamente divisi gli ambientalisti, con Legambiente che promuove l'iniziativa e il Comitato per il paesaggio che la boccia.
«Si tratta di un progetto nato più nel sottoscala che nelle sedi opportune — ironizza il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, che dalla sua natia Montenero di Bisaccia, potrebbe avvistare la selva delle torri eoliche marine alte fino a 80 metri —. Non sono stati coinvolti né gli enti locali, né la popolazione. Il progetto mi appare mosso più da interessi speculativi che industriali». Lo schema del parco eolico, elaborato dalla milanese Effeventi, prevede di impegnare una superficie di circa 25,5 milioni di metri quadrati, a pochi km di distanza dalla costa di Petacciato (Campobasso), a Nord di Termoli. Lì la ditta conficcherebbe sui fondali adriatici 54 torri eoliche d'acciaio di 5 metri di diametro e di altezza variabile dai 60 agli 80 metri.
Sfruttando i venti della zona, la selva delle torri, dotate in cima di pale rotanti, produrrebbe l'energia necessaria per alimentare 120 mila famiglie. Un contributo piccolo ma non trascurabile, che ci libererebbe dall'onere di quasi 100 mila tonnellate l'anno di idrocarburi e risparmierebbe alla nostra atmosfera 420 mila tonnellate l'anno di anidride carbonica (il gas che riscalda il pianeta e altera il clima), oltre a una valanga di inquinanti ordinari. «Il progetto è stato a lungo esaminato dalla commissione per la valutazione dell'impatto ambientale del ministero dell'Ambiente — riferisce Edoardo Zanchini, responsabile nazionale Energia di Legambiente —. Sono stati apportati correttivi, sia per minimizzare l'impatto delle torri con i fondali, sia per garantire l'allacciamento dei cavi elettrici senza interferire su dune e pinete dell'area. Possiamo affermare che le preoccupazioni sono rimosse. L'impianto va fatto». Di parere opposto gli ambientalisti del Comitato nazionale per il Paesaggio che fanno riferimento all'ex ministro Carlo Ripa di Meana. «Intendiamoci, sono convinto che l'energia eolica sia un'alternativa valida — precisa Di Pietro —. Ma va valutato il rapporto costi benefici. Quella è un'area con deboli venti. Unica per il valore paesaggistico perché è rimasta allo stato vergine, senza speculazione edilizia. La scelta dell'impianto eolico sarebbe sbagliata. In ogni caso, poiché la procedura autorizzativa non investe il mio ministero, ma quello dei Trasporti, mi sono già messo in contatto col collega Bianchi». Di Pietro non cita il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, competente per la valutazione di impatto, il quale fa sapere che «l'eolico è senz'altro una buona fonte energetica, ma bisogna rispettare le condizioni per un suo corretto utilizzo e sottolinea che gli impianti devono essere inseriti all'interno di una pianificazione nazionale».

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3.14.2007

Energia eolica, il Molise affonda il primo parco offshore italiano


Ogni tanto si legge anche qualche notizia positiva. Mentre nel salento ci sono oltre 90 richieste di parchi eolici in attesa di essere approvati qualcuno, forse più attento e sensibile di tanta sinistra che ha ancora un idea da anni 80 di sviluppo e crescita del territorio decide di bloccare il più grande parco eolico offshore. E gli ambientalisti che fanno? Protestano contro la giunta regionale perchè ha preso questa decisione che secondo loro gli allontana dagli obiettivi di Kyoto! Si è tanto parlato di modello di sviluppo alternativo per il sud italia, alla luce di queste proteste mi chiedo quale dovrebbe essere? Distruzione del territorio, per non riuscire neanche più a sfruttare quel poco di turismo che nei periodi estivi riempie questo sud sempre più depresso e scollegato dal resto del mondo? L'idea che le pale attirino turisti è a dir poco abberrante!

Riporto l'articolo di Valerio Gualerzi apparso sul la repubblica online.

Svolta storica, rivoluzione industriale, mossa verso la leadership mondiale dello sviluppo sostenibile. Il piano energetico salvaclima adottato la scorsa settimana dall'Unione Europea con l'introduzione di quote vincolanti per la produzione da fonti rinnovabili è stato salutato da aggettivi altisonanti. La giunta del Molise ci ricorda oggi quanto è diversa la realtà dei fatti e quanto sono lontane Bruxelles e Campobasso.

Il governo regionale ha deciso di dare infatti parere negativo alla realizzazione della prima centrale eolica offshore d'Italia, il progetto per un parco di 54 pale alte tra i 60 e gli 80 metri da far sorgere in pieno Adriatico, a circa tre chilometri dalla costa tra Vasto e Termoli. Una decisione attesa, visto che il presidente della Regione Michele Iorio (Forza Italia), sulla scia di un crescente malcontento della provincia, dei sindaci della zona, degli operatori turistici e del più illustre molisano del momento, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, aveva già anticipato l'intenzione della giunta di bocciare il progetto.

A questo punto pare segnata la sorte della centrale da 162 megawatt, che sfruttando la forza dei venti sul mare avrebbe dovuto produrre la corrente necessaria ai consumi di circa 120 mila famiglie. Nei piani della Effeventi, la società milanese che aveva presentato il progetto pensando di finanziarlo con capitale privato, il parco eolico avrebbe dovuto sorgere nel giro di un anno e mezzo, ma l'iter necessario per un eventuale via libera alla centrale è abbastanza controverso, non esistendo in Italia precedenti di altre strutture offshore, impianti che per le loro caratteristiche toccano competenze sia nazionali che regionali.

Sull'ipotesi deve ancora esprimersi la Via, la commissione nazionale per la valutazione d'impatto ambientale, che probabilmente darà parere positivo limitandosi a chiedere qualche modifica sull'aspetto più delicato della struttura, ovvero "l'attracco" dei cavi sottomarini sulla terraferma. Le pale infatti sono talmente distanti dalla riva che nelle simulazioni grafiche che accompagnano il progetto (guarda la galleria fotografica) sono visibili a malapena. Il sì della Via difficilmente spingerà però il governo ad andare a uno scontro con il Molise, sfidando anche il veto del ministro Di Pietro che domani ribadirà la sua contrarietà al comandante della Capitaneria di Porto di Termoli, Luca Sancilio.

Una probabile rinuncia contro cui le associazioni ecologiste storiche come Legambiente e Greenpeace (ancora una volta contrapposte ai piccoli comitati ambientalisti locali) annunciano battaglia. "Sbaglia la Regione Molise a bocciare il parco eolico offshore, al largo delle sue coste", afferma Edoardo Zanchini, responsabile nazionale Energia di Legambiente. "E' un errore, l'impianto va fatto - aggiunge - e la posizione della Regione è tanto più inaccettabile in quanto la sua è una bocciatura a priori: continua a dire no senza entrare nel merito del progetto".

Posizione che combacia con quella di Greenpeace. "Siamo favorevolissimi a questo parco eolico, bloccarlo è un'assurdità - spiega il responsabile delle campagne dell'organizzazione, Francesco Tedesco - che ci sembra nasca anche dall'ignoranza su cosa sia veramente una centrale di questo tipo". "Anche i timori per il turismo - aggiunge Tedesco - ci sembrano fuoriluogo: l'esperienza straniera, con i primi grandi impianti offshore meta di visite e gite, ci dice che le cose stanno in maniera esattamente opposta. Quello molisano sarebbe il primo e al momento unico in Italia, è inevitabile che finirebbe per essere un ulteriore richiamo turistico".

Il Molise, evidenziano ancora Zanchini e Tedesco, "ha installato solo 54 megawatt di energia eolica e nessun progetto di impianto a terra viene più approvato da mesi, il solare fotovoltaico è a zero e, ora, si blocca anche l'eolico a mare: come pensa la Regione di dare il proprio contributo alla lotta ai mutamenti climatici e all'adeguamento della nostra politica energetica agli obiettivi di Kyoto?".

"La verità - conclude Zanchini - è che questo progetto paga due gravi problemi: come spesso accade in Italia non è stato presentato nel modo appropriato e nei tempi giusti, coinvolgendo la popolazione, bensì facendone scoprire l'esistenza ai comuni interessati solo all'ultimo momento e quasi per caso. A penalizzarlo fortemente è poi il fatto che a proporlo non sono stati colossi come l'Eni o l'Enel, contro i quali difficilmente la Regione avrebbe trovato la forza di fare la voce grossa, ma da una piccola società".

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3.09.2007

Analisi e proposte per la Megalopoli padana in movimento

NORD ITALIA: UNA ‘BOMBAY’ SU QUATTRO RUOTE”


Piattaforma del WWF Italia
per una politica dei trasporti ragionevole nel Nord Italia

COME GOVERNARE LA MOBILITA’
CONSEGUENDO GLI OBIETTIVI DI KYOTO
10 SCELTE DI FONDO E 20 AZIONI CONCRETE PER I GOVERNATORI DEL NORD

· La megalopoli padana del Nord Italia

Bisogna dare respiro all’azione istituzionale, con interventi strutturali, che contrastino la saturazione del territorio e l’asfissia provocata dalla città diffusa, dalla grande megalopoli padana che sta progressivamente esportando il proprio modello in aree sempre più vaste e incontaminate dell’Italia settentrionale.

Nel 2006 il WWF Italia lanciava la Carta d’intenti “Dieci passi per conseguire gli obiettivi di Kyoto nei trasporti italiani”, ricordando che il sistema dei trasporti, che negli ultimi 15 anni ha visto aumentare le sue emissioni in Italia del 25% circa (contro la riduzione del 6,5% richiesta dal Protocollo) e richiamava l’attenzione dell’opinione pubbliche sulle scelte istituzionali e pianificatorie sbagliate nei settori dei trasporti e delle infrastrutture che stavano strangolando in particolare il Nord Italia.

Le politiche di riduzione delle emissioni climalteranti rappresentano un passaggio obbligato ed un’opportunità di riforma della mobilità nel Nord Italia.

L’obbligo sottoscritto a livello nazionale di riduzione del 6,5% al 2008-2012 ed il successivo target di riduzione del 20-30% al 2020 già anticipato dalla Commissione Europea nel gennaio di quest’anno non sono compatibili con gli attuali livelli di emissione del settore trasporti. E’ inevitabile, anche in relazione alle stime d’impatto economico in termini di riduzione del PIL derivante dai cambiamenti climatici recentemente oggetto del rapporto Stern del Governo inglese

Data la necessità, l’inevitabilità e l’urgenza di un ruolo delle regioni negli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 (ruolo che probabilmente sarà individuato già nella prossima delibera CIPE di revisione della politica nazionale per il clima) è auspicabile elaborare strumenti (Allegato n. 1) che, a fronte delle risorse impiegate, perseguano molteplici obiettivi.

Infatti, le emissioni di CO2 – il principale gas serra - dovute al traffico autostradale ammontano a 66 milioni di tonnellate l’anno con un incremento nel 2000, rispetto al 1980, del 71%.

Nello stesso periodo il tasso medio di motorizzazione nell’Italia settentrionale è cresciuto di oltre il 50% (passando da 380 a 585 autovetture ogni 1000 abitanti), mentre nello stesso periodo i passeggeri sulla ferrovia aumentavano solo del 13%.

Questo fenomeno è stato favorito da scelte istituzionali in materia di infrastrutture che hanno continuato a favorire (al di là dei luoghi comuni che denunciavano un presunto impasse) la rete stradale: tra il 1981 e il 1999 la rete di strade e autostrade del Nord Italia ha avuto un incremento del 25% Passando da 140 mila km a 175 mila). Questo mentre lo sviluppo della rete ferroviaria veniva ridotto, per il taglio dei rami secchi del 2%.

Ciò si è tradotto oltre che in un maggior inquinamento anche in un preoccupante incremento dell’incidentalità sulla strada: tra il 1980 e il 1999 nel Nord Italia sono stati registrati 1,8 milioni di incidenti stradali in cui sono state coinvolte 2,3 milioni di persone (equivalenti a circa il 10% della popolazione residente nel settentrione).

Il problema è che gli autoveicoli privati sono serviti per coprire distanze medie sempre più lunghe: nell’arco di 20 anni ogni singolo residente nel Nord Italia ha quasi raddoppiato la lunghezza dei km percorsi in un anno (passando dagli 8.500 km del 1980 ai 16.000 del 2000) e la lunghezza media degli spostamenti quotidiani è anch’essa raddoppiata passando, nello stesso periodo, da 10 a 20 km a testa.

Le scelte istituzionali e pianificatorie sbagliate hanno così consentito la nascita di una grande megalopoli padana, costituita da sistemi urbani regionali, da una città diffusa in cui si concentra il 78% della popolazione del Nord Italia (quasi 20 milioni di abitanti, sui 25,3 milioni complessivi) su circa ¼ della superficie (circa 30.000 kmq), con una densità media di 650 ab/km ed include: il Piemonte centrale intorno a Torino, l’area metropolitana milanese e il Pedemonte lombardo, l’area veronese e il fondovalle dell’Adige tra Trento e Bolzano, l’area centrale veneta (intorno a Vicenza, Padova, Venezia-Mestre e Treviso) l’area triestina e udinese, l’intero asse della via Emilia da Piacenza a Rimini, il litorale ligure.

Nel 1951 i 21 milioni di abitanti del Nord Italia vivevano ancora in prevalenza all’esterno delle aree urbane, mentre gli attuali 25,3 milioni di abitanti si sono sempre più concentrati in aree urbane e sub-urbane, alimentando la città diffusa sino alle zone pedemontane, consumando e devastando i paesaggio e il territorio

Oggi nel Settentrione è possibile distinguere (come ricordato nel dossier “Metropoli tranquille: una politica dei trasporti ragionevole per il Nord Italia” elaborato da Polinomia per il WWF Italia): un insieme di ambiti urbani in senso stretto, estesi su meno di 4.000 kmq (3% della superficie totale), con 8,8 milioni di abitanti (contro i 6,2 del 1951); un sempre più esteso ambito suburbano, che occupa circa 26.000 kmq (22% della superficie totale), contando 10,9 milioni di abitanti (contro i 7,8 del 1951); un ambito extraurbano, che occupa il restante 75% della superficie territoriale, per 86.000 kmq, contando 5,6 milioni di abitanti (contro i 6,9 del 1951).

· Il buon governo della mobilità

Il WWF Italia chiede alle Regioni e al Governo nazionale di invertire decisamente la tendenza che ha visto l’automobile condizionare il futuro dello sviluppo anche territoriale ed urbanistico del Nord Italia, costituendo un attentato alla qualità della vita e alla salute umane e alla conservazione della biodiversità.

In questo senso non sono state certamente segno di un’inversione di tendenza sostanziale le scelte perseguite dalle Regioni con le Intese Generali Quadro sulle infrastrutture strategiche, che hanno visto il 49% degli investimenti concentrati su strade e autostrade e solo il 37% sulle ferrovie, di cui oltre il 70% sull’AV (che notoriamente non serve il traffico a corto raggio, pari oltre l’80% dell’utenza ferroviaria). Ed oggi sulle infrastrutture prioritarie (Allegato n. 2).

Bisogna chiarire inoltre che anche l’incentivazione agli Euro 4 non rappresenta uno strumento efficace dal momento che non persegue obiettivi di riduzione del CO2.

In occasione della giornata di blocco del traffico attuato il 25 febbraio 2007 dalle Regioni del Nord Italia, sulla base di un’iniziativa istituzionale e normativa della Regione Lombardia - peraltro di un certo interesse per lo sforzo di coordinamento tentato tra le varie politiche e misure (Allegato n. 3) -, il WWF Italia crede però che non si può intaccare il dominio dell’automobile, favorito da scelte pianificatorie e infrastrutturali nel settore dei trasporti e della mobilità inadeguate e sbagliate, intervenendo solo con misure anche drastiche finalizzate semplicemente a “regolare il traffico”

Ai presidenti delle giunte regionali il WWF Italia chiede di adottare un
Decalogo
che contiene alcune scelte di fondo
per decongestionare la città diffusa e frenare l’espansione incontrollata della megalopoli padana:



1) dare preminenza alla pianificazione territoriale (correttamente intesa), i cui scopi sono quelli di coordinare ed orientare l’intervento di più soggetti pubblici (ad esempio localizzando i grandi attrattori di traffico presso i principali nodi intermodali) nella gestione delle sempre più scarse risorse ambientali, in un territorio spesso già densamente infrastrutturato, abbandonando la logica a comparti stagni della pianificazione di settore;

2) contribuire a riorganizzare radicalmente la rete del trasporto pubblico passeggeri (locale e non), mirando alla costruzione di un sistema integrato, basato su una robusta armatura di servizi ferroviari regionali e di media percorrenza, affiancata da una capillare rete di servizi automobilistici suburbani a servizio della “città diffusa”, da servizi di medio-lunga percorrenza velocizzati e resi più efficienti, da una rete equilibrata di servizi aerei correttamente tariffati, anche in connessione con modalità più intelligenti di uso degli autoveicoli (car sharing, car pooling);

3) ripensare l’assetto dei servizi logistici, favorendo lo sviluppo di soluzioni innovative ed integrate, anche a servizio della distribuzione urbana delle merci;

4) contribuire a potenziare i nodi di interscambio (porti/stazioni/aeroporti/terminal intermodali), che spesso costituiscono i veri “colli di bottiglia” del sistema, tanto più in un’ottica di potenziamento dell’intermodalità;

5) favorire l’ingresso di logiche più avanzate anche nel trasporto passeggeri, per esempio favorendo lo sviluppo di soggetti capaci di vendere spostamenti integrando più modi di trasporto;

6) rafforzare le attuali tendenze all’innovazione logistica, con sviluppo di soggetti multimodali in grado di vendere “accesso ai servizi” e non “chilometri percorsi”;

7) chiedere un potenziamento della rete ferroviaria, coerente con il quadro di integrazione dei servizi di trasporto passeggeri e merci; l’attenzione va focalizzata sulla capacità dei grandi nodi metropolitani e sugli itinerari dei principali servizi merci; in questo senso occorre anche una pausa di riflessione sulle nuove linee AV, in modo da avviare i necessari approfondimenti sulle modalità di accesso e d’uso di questa rete, in un’ottica di alta capacità ferroviaria;

8) intervenire sulla rete stradale in primo luogo sulla gestione delle reti esistenti, estendendo politiche di regolazione adeguate (park e road pricing), ma anche incentivando la penetrazione delle tecnologie ITS (Intelligent Transport System). E’ auspicabile a questo fine l’introduzione di strumenti innovativi di regolazione della mobilità basati principio del “chi inquina paga” quali l’introduzione della congestion charge (ticket d’ingresso nelle città, tariffe autostradali differenziate per fascia oraria o tipologia d’autovettura). In secondo luogo occorre realizzando le “strade che servono”, procedendo ad interventi mirati, volti a garantire la necessaria capacità agli spostamenti dispersi di media e breve percorrenza, senza incentivare l’uso del mezzo privato sulle lunghe distanze,

9) chiedere al Governo nazionale che venga ripreso il Programma Nazionale Strategico Veicoli, già contenuto nel Piano Generale dei Trasporti e della Logistica del 2001, ed il suo ulteriore affinamento a favore dell’introduzione dei motori a metano e di quelli ibridi (sperimentando anche formule innovative, finalizzate ad incentivare la modularità dei componenti veicolari e dunque la possibilità di sostituzione parziale di quelli obsoleti);

10) chiedere al Governo nazionale di orientare le tecnologie attuali verso gli usi più efficienti, contrastando in particolare le attuali tendenze all’aumento delle cilindrate, e favorendo l’introduzione di veicoli più piccoli e leggeri, adatti all’uso metropolitano ed individuale, oggi prevalente.

Esistono, inoltre, problematiche specifiche riguardanti i costi esterni (impatto ambientale e sulla salute) del trasporto delle merci e del traffico turistico trans-alpino e intra-alpino, che riguardano l’ecoregione delle Alpi, individuata come area sensibile da tutelare e valorizzare dalla Convenzione delle Alpi, che le Regioni hanno cominciato ad affrontare, insieme agli altri enti pubblici, ma che necessitano di una concertazione tra i vari livelli amministrativi (nazionale, regionale e locale) che serva a governare la domanda di mobilità, invertendo le tendenze attuali dello squilibrio modale.

Per quanto riguarda il traffico merci, bisogna rilevare (come diffusamente ricordato nel dossier “Il traffico alpino tra globalizzazione e sostenibilità”, elaborato da Polinomia per il WWF Italia) che il traffico merci transalpino tra il 1984 e il 2004 è più che raddoppiato, passando da circa 70 a 165 milioni di tonnellate l’anno (ogni 5 anni si registrano 25-30 milioni di t in più), con un tasso di crescita medio annuo del 4,3%.

Se si esamina la ripartizione del traffico transalpino tra strada e ferrovia, è immediato osservare che c’è una notevole differenza tra i tassi di crescita tra i due “modi”: mentre la strada è cresciuta del 300% (passando dai 38,5 milioni di t/a ai 119, 0 del 2004) con un tasso medio del 6% l’anno; la ferrovia ha avuto nello stesso periodo un incremento pari al 39% (erano 34,9 le t/a trasportate nel 1984 e nel 2004 sono 48,7),con un tasso medio di crescita dell’1,7%.

Diventa quindi d’attualità, anche grazie all’introduzione di norme nella Legge Finanziaria 2007 in attuazione della Direttiva comunitaria eurovignette, lo strumento. mai seriamente analizzato in Italia, della tassazione dei transiti, quale “calmiere” della domanda, come strumento gestionale attivabile anche in relazione ai vincoli di capacità esistenti ai diversi valichi (in particolare alle gallerie del Frejus, del Monte Bianco e del Gottardo). In questo senso l’Italia, vista la rilevanza del suo ruolo geo-politico nelle Alpi, dovrebbe avere la capacità di proporre agli altri Stati confinanti un dispositivo graduale di tassazione dei transiti alpini da modulare a seconda delle direttrici e delle regolazioni esistenti negli altri Paesi.

Per quanto riguarda il traffico turistico, bisogna rilevare (come diffusamente ricordato nel dossier “Vette In/accessibili: il turismo alpino nell’era della motorizzazione di massa”, elaborato da Polinomia per il WWF Italia) che con almeno 60 milioni di arrivi e 270 milioni di pernottamenti l’anno, le Alpi rappresentano una delle principali regioni turistiche non solo d’Europa ma di tutto il mondo.

Il problema peculiare dell’Italia è che, al contrario dei Paesi confinanti (i francesi hanno puntato su strutture alberghiere e para-alberghiere; gli Svizzeri sui grandi alberghi; gli austriaci e i tedeschi su una struttura ricettiva di medio-piccola dimensioni - ad esempio incentivando l’affitto di camere -; gli sloveni su un modello diffuso) si è puntato quasi ovunque allo sviluppo delle stazioni turistiche, tramite la realizzazione di seconde case, grazie a capitali esogeni: è il caso delle principali stazioni di Limone Piemonte, Sestriere, Bardonecchia, Courmayeur, Cervinia, Bormio, Madonna di Campiglio, Cortina d’Ampezzo.

E’ così che l’Italia che presenta la maggiore movimentazione turistica complessiva con 275 milioni di presenze (pari al 42% del totale) presenta ben il 71% delle presenze in abitazioni secondarie, mentre la Francia ha il 61% in abitazioni secondarie, la Svizzera il 56%, l’Austria il 21%, la Germania 0%, la Slovenia il 44%. E gli spostamenti degli italiani verso le località turistiche alpine avvengono per l’85% in automobile. Le maggiori concentrazioni di traffico turistico, in valore assoluto si registrano nelle Province di Trento e Bolzano, seguite da quelle di verona, Belluno, Toino, Brescia ed Aosta. Le maggiori densità di traffico nella Valle dell’Alto Adige (tra Verona e Bolzano), in Val Susa, nella Media e Bassa Valle d’Aosta, nel Lario orientale, in Val Seriana, Val Cavallina e in Val Canonica, in Valle Isarco, nel bacino dell’Avisio e nella valle del Piave tra Feltre e Belluno. I maggiori consumi energetici si registrano nella Provincia di Trento e di Bolzano e in quelle di Verona, Belluno e Torino. Le emissioni di CO2, che ammontano nel complesso nell’arco alpino in 226 mila di t/a, vedono prevalere la Valle dell’Adige (con 67 mila t/a in Provincia di Trento, 35 mila in quella di Bolzano e 19 mila in quella di Verona).

Il ché significa, osservando tutti questi dati e coniugando la scelta nell’offerta di strutture ricettive e i dati del traffico, che nel Nord Italia l’effetto città è stato riprodotto nelle nostre montagne, come d’altra parte risulta già evidente dai fenomeni analizzati più sopra. Il ché dovrebbe obbligare le amministrazioni pubbliche a concertare una serie di misure concrete che vanno: dalla limitazione del traffico automobilistico al pedaggiamento di specifici itinerari stradali; dallo sviluppo di schemi di accessibilità intermodali che favoriscano il trasporto collettivo all’estendibilità di servizi quali il car sharing e il car pooling.

· Proposte per conseguire l’obiettivo del Protocollo di Kyoto

Per conseguire l’obiettivo assegnato al nostro Paese per il rispetto del Protocollo di Kyoto della riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5% rispetto ai valori del 1990, il WWF Italia ha calcolato che nel Nord Italia: invece di un aumento del traffico passeggeri su gomma, che dovrebbe raggiungere secondo le proiezioni il 90% del totale (oggi è all’87%) c’è bisogna di una sua diminuzione sostanziale, facendolo attestare attorno all’80%. Anche il trasporto delle merci su gomma invece di raggiungere il 76% (oggi nel Nord Italia è al 75%) dovrebbe diminuire attestandosi al 69%. Il traffico ferroviario per i passeggeri dovrebbe invece salire al 9% (invece del 6% attuale e del 5% tendenziale) e quello merci raggiungere il 13% (invece del 9% attuale e dell’8% tendenziale). La navigazione per le merci (invece dell’attuale 9% e dell’11% tendenziale) dovrebbe invece raggiungere nello scenario programmatico quota 13%.

Per il WWF Italia questa significa. rispetto alle diverse modalità di trasporto,
puntare nel Nord Italia su, almeno,
20 azioni concrete
considerate prioritarie:

Navigazione marittima

Non c’è bisogno di interventi proporzionali di adeguamento delle infrastrutture portuali, visti i consistenti margini di capacità che caratterizzano i diversi principali porti del Nord Italia (Savona-Vado, Genova-Voltri, Ravenna, Venezia e Trieste) che hanno visto in media complessivamente un aumento annuo di solo l’1.9% dei milioni di tonnellate di merce trattate.

Si deve sviluppare, invece, un efficiente trasporto marittimo a breve e medio raggio che richiede, come più volte ribadito dall’Unione Europea, una certa selezione e specializzazione dei porti. Nel contempo, al fine di evitare squilibri anche nell’instradamento via terra si deve perseguire un relativo equilibrio tra i sistemi portuali del Mar Ligure e dell’Alto Adriatico. E si chiede una forte regia pubblica per:

a) una migliore articolazione dei servizi di trasporto sul lato mare (rinfuse, container, traghetti, Ro-Ro) che sul lato terra (condotte, ferrovia, strada);

b) nella definizione delle priorità di intervento;

c) nel miglioramento delle prestazioni ambientali del settore della navigazione marittima.

Il trasporto ferroviario

Bisogna sviluppare le relazioni interurbane di media percorrenza molto penalizzate dall’offerta ferroviaria (si pensi soltanto a relazioni come Modena-Milano e Parma-Brescia) piuttosto che sulla domanda interurbana di lungo raggio.

Questo obiettivo si deve sposare con le logiche di sincronizzazione e cadenzamento del servizio: ad esempio, è assolutamente necessaria la formazione di una rete di servizi inter-city frequenti e veloci capaci di servire la maggior parte dei centri urbani medio-grandi (inclusi quelli oggi mal serviti come Bergamo, Reggio Emilia, Modena, Ravenna ecc.), attraverso coincidenze sistematiche nella grandi stazioni metropolitane (Torino, Milano, Verona, Padova-Venezia, Genova, Bologna). Inoltre, è necessario potenziare i servizi regionali che si dipartono dalle grandi stazioni metropolitane e costruire una robusta rete di servizi di rango intermedio (diretti o interregionali).

Per quanto riguarda il traffico merci, i deficit di capacità in parti consistenti della rete consente di sfruttare importanti riserve di capacità tra cui in particolare:

a) diverse linee di adduzione ai valichi alpini (Frejus, Sempione, Brennero, Tarvisio);

b) buona parte della rete del Piemonte orientale (tra Domodossola, Novara ed Alessandria) e della Lombardia occidentale (Pavia, Piacenza e Cremona);

c) la maggior parte dei collegamenti tra Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia. In particolare vale la pena di osservare che le attuali riserve di capacità, esistenti sulle linee di adduzione ai valichi alpini consentirebbero di incrementare il traffico internazionale ferroviario di tre volte rispetto all’odierno.

Il trasporto pubblico locale

Bisogna ridimensionare l’intervento generalizzato con strutture pesanti quali quelle delle nuove linee metropolitane che sembrano capaci di attrarre livelli di domanda sufficienti soltanto su alcune direttrici interne alla città di Milano (essendo dubbio che ciò possa avvenire per città come Genova e Torino), mentre in città più piccole come Bologna, Brescia, o addirittura Modena e Monza questa scelta più che da esigenze tecnico-economiche sembrano dettate da fattori di “prestigio”.

Per la taglia media di gran parte delle città del Nord Italia la scelta migliore appare la tecnologia tranviaria, che è stata intrapresa (come in molti Paesi dell’Europea centrale e settentrionale) nei principali poli urbani del Nord-Est come Bologna, Padova, Verona e Venezia (Mestre), ma anche da aree metropolitane di dimensione più ridotta, quali Bergamo, Como e Udine. Inoltre, bisogna prevedere di potenziare e proteggere le sedi e le corsie per il trasporto su gomma.

Infine, bisogna rivedere profondamente l’organizzazione complessiva del servizio garantendo l’estensione delle coperture orarie ed in alcuni casi di quelle territoriali che servano la città diffusa. Mano a mano che si procede verso contesti di diffusione urbana e/o bacini di carattere marginale possono venire in aiuto i modelli organizzativi dei servizi a chiamata e/o del taxi collettivo.

Il trasporto stradale

Per il trasporto stradale si devono configurare una serie di interventi sia gestionali che infrastrutturali:

a) le politiche di gestione del traffico devono incentivare i comportamenti virtuosi che in particolare prevedano un’integrazione dei mezzi di trasporto individuale su gomma all’interno di catene intermodali opportunamente configurate;

b) nell’ambito dell’autotrasporto merci si deve avere una valorizzazione del ruolo delle grandi imprese intermodali e una razionalizzazione della struttura dei costi, che dovrebbe comportare una diminuzione delle voci fisse a fronte di un incremento anche sensibile di quelle variabili (in particolare i pedaggi autostradali);

c) bisogna intervenire sulla struttura dei costi variabili anche nel caso dei trasporti individuali in un contesto di internalizzazione delle esternalità;

d) segnali di costo, legati per esempio alla variazione dei prezzi a seconda dell’ingombro degli autoveicoli, dovrebbero essere applicati anche nel caso della sosta.
Si propone, poi, una diversa gestione della rete autostradale, basata sulla distinzione tra le tratte che mantengono un orientamento primario al supporto della mobilità di medio-lunga percorrenza e quelle che invece sono a sostegno di una mobilità di tipo metropolitano. In contesti dove la capacità stradale è destinata ad essere strutturalmente scarsa (poli di Torino, Milano-Varese-Como-Lecco-Bergano, Vicenza-Padova-Venezia-Treviso, Savona-Genova-Sestri-Levante e Modena-Bologna) si può far leva sulle tecniche di controllo telematico applicate in molti Paesi che consentono di superare il tradizionale dualismo tra autostrade “aperte” e “chiuse”.

La mobilità ciclopedonale

La mobilità ciclopedonale è strettamente connessa all’aumento delle condizioni di sicurezza delle strade urbane.

La civilizzazione dei comportamenti di guida urbani è importante anche sotto il profilo del riequilibrio modale che deve passare: attraverso la realizzazione di piste o percorsi separati e protetti, ma anche attraverso la protezione dei percorsi promiscui.

Di grande interesse è anche la costituzione di collegamenti suburbani e anche extraurbani, almeno ai limitatamente ai contesti densi della città diffusa, in particolare tenendo conto che la bicicletta nelle ridotte distanze medie può rappresentare un’alternativa all’uso dell’auto, come dimostrano le esperienze consolidate nei Paesi Bassi o in Danimarca.

Il trasporto aereo

Anche in questo caso si deve intervenire:

a) sull’innovazione tecnologica per ottenere sensibili miglioramenti delle performance ambientali delle aeromobili;

b) considerato l’elevato impatto della navigazione aerea bisogna orientarsi su modelli di esercizio orientati verso segmenti di domanda ad elevato rapporto tra mobilità servita e numero di movimenti effettuati (mirando alla mobilità a lungo raggio, oltre i 400-500 km con l’impiego di aeromobili di medio-grandi dimensioni);

c) considerata l’ampia capacità residua dei 6 principali aeroporti di livello regionale (Torino, Genova, Verona, Venezia, Trieste, Bologna) bisogna scoraggiare le numerose iniziative localistiche per la realizzazione di nuovi scali regionali:

d) bisogna garantire l’integrazione tra servizi aerei a lungo raggio e servizi ferroviari (od automobilistici) di breve e medio raggio a partire dall’aeroporto di Milano-Malpensa (per il suo ruolo essenziale di gateway per l’Italia settentrionale;

e) l’accessibilità ferroviaria deve essere potenziata anche sugli altri scali di livello regionale (con la realizzazione di nuove stazioni o al più brevi tratte per passanti in variante per servire gli aeroporti di Genova, Bergamo, Venezia, Trieste e Bologna);

f) devono essere cancellate le rotte aeree di breve e brevissimo raggio (come quelle dagli aeroporti del Nord Italia per Genova e Bologna).

Con riguardo a questo specifico settore si deve specificare, inoltre, che il WWF Italia:

a1) appoggia la proposta di direttiva europea sull’introduzione di un meccanismo di emission trading per l’aviazione, richiedendo tuttavia un’allocazione onerosa delle quote, ed un meccanismo separato dal sistema di emission trading industriale oggetto della direttiva 87/2003/CE;
a2) chiede l’abolizione dei privilegi fiscali concessi alla mobilità aerea, quali l’esenzione IVA per i biglietti aerei;
a3) chiede che venga promossa la penetrazione tecnologica di strumenti in grado di offrire lo stesso servizio della mobilità aerea, quali la videoconferenza, nei settori a maggiore domanda di trasporto: impresa, servizi, amministrazione pubblica.
Allegato n. 1

Il rispetto del Protocollo di Kyoto
e il ticket d’ingresso (congestion charges)
applicato a Londra


Le politiche di riduzione delle emissioni di CO2 concentrate nelle aree urbane a maggiore densità, attraverso l’introduzione di “congestion charges” (pedaggi da congestione), determinano un pari raggiungimento di obiettivi ambientali di riduzione delle emissioni inquinanti ad impatto locale (NOx, VOC, PM).

L’esperienza di Londra e l’introduzione di un ticket d’ingresso in città con un costo proporzionale al coefficiente d’emissione delle automobili costituisce:

- un efficace strumento di riduzione delle emissioni di CO2

- un definitivo strumento di abbattimento degli inquinanti locali nell’area metropolitana

- uno strumento economico in grado di dissuadere l’impiego del mezzo privato per il singolo favorendo l’uso collettivo

- uno strumento economico per indirizzare il consumatore all’acquisto di macchine a minore emissione di CO2 (nb non un generico incentivo all’acquisto di Euro4)

- uno strumento economico in grado di recuperare, anche attraverso anticipi del settore finanziario, ingenti risorse a livello locale (non altrimenti recuperabili attraverso la fiscalità ordinaria) da destinare direttamente al miglioramento della mobilità nell’area interessata dal provvedimento

- uno strumento in grado di restituire spazio e sostenibilità alle aree urbane

Il provvedimento di Londra è caratterizzato dalla centralità delle politica dettata dal Protocollo di Kyoto, e ha una ricaduta positiva su diversi indicatori locali.

Il provvedimento è caratterizzato da un’estrema semplicità amministrativa riassumibile in poche righe:

libera circolazione per le autovetture ad emissione di CO2 inferiore ai 120gCO2/km, £8 (12€) per emissioni comprese tra i 120 e i 225gCO2/km, la grande maggioranza di autoveicoli, £25 (35€) al giorno per emissioni superiori ai 225gCO2/km.














Allegato n. 2

Le autostrade e le strade a grande scorrimento
Previste dalle Regioni del Nord Italia

L’elenco di autostrade e strade di grande scorrimento riportato qui sotto è tratto dalla ricognizione sulle Infrastrutture Prioritarie regionali (progetti nuovi e in corso di realizzazione) effettuata dal Ministero delle Infrastrutture il 19 novembre 2006 e dai progetti in corso di definizione su iniziativa di alcune amministrazioni regionali.

Nell’elenco vengono riportati i progetti di maggior rilievo e non una serie di interventi minori, che riguardano il potenziamento e la riqualificazione di strade statali.

Emilia Romagna

Nuovi interventi

Passante autostradale di Bologna: variante di tracciato all’A14.
Collegamento autostradale Campogalliano-Sassuolo: bretella di collegamento tra A1, A22 e SS467
Bretella autostradale di Castelvetro piacentino: tra il casello di Castelvetro piacentino e la SS10 Padana inferiore
A14: realizzazione terza corsia tra Rimini Nord e Pedeso

Friuli Venezia Giulia

Nuovi interventi

Raccordo autostradale Villesse-Gorizia: prosecuzione A4 Venezia-Trieste
Completamento Corridoio 5: serie di interventi tra cui la Tangenziale Sud di Udine il collegamento tra SS 464 e Sequals
A4 Venezia-Trieste: ampliamento a tre corsie del tratto Quarto d’Altino-Villesse

Liguria

Nuovi interventi

Gronda autostradale di ponente: collegamento A10 con A7 e raccordo con Rapallo-Santa Margherita Ligure
SS1 Aurelia bis: tratte imperiesi, savonesi e spezzine

Lombardia

Nuovi interventi

Autostrada Pedemontana Lombarda: Dalmine, Como, Varese, Valico del Giaggiolo e opere varie connesse – tratto Vimercate-Malpensa, I lotto tangenziale di Varese e di Como
Autostrada Brescia-Bergano-Milano
Autostrada regionale Cremona-Mantova
Raccordo autostradale Valtrompia
Accessibilità valtellina
Tangenziale est esterna di Milano
Completamento Tangenziale Nord di Milano: tratto Rho-Monza e terza corsia Milano-Meda




Lombardia/Piemonte

Nuovi interventi

Autostrada Broni/Strabella-Pavia-Mortara: collegamento autostradale tra la A26 e la A21, con svincolo di raccordo all’A4

Lombardia/Emilia Romagna/Veneto

Nuovi interventi

Raccordo autostradale CISA: Fontevivo (PR) – Autostrada Brennero Nogarole Rocca (VR)

Piemonte

Nuovi interventi

Pedemontana piemontese: tratto Rolino-Masserano-Romagnano Sesia; tratto Biella – Autostrada A4 Torino-Milano; raccordo autostradale Strevi-Predosa
Autostrada A4: adeguamento tratto Novara-Milano
Raddoppio del tunnel autostradale del Frejus

Interventi in fase di realizzazione

Autostrada Asti-Cuneo

Piemonte/Liguria

Nuovi interventi

Bretella autostradale Albenga-Millesimo-Predosa

Valle d’Aosta

Seconda canna del traforo autostradale del tunnel del Monte Bianco

Veneto

Nuovi interventi

Autostrada Valdastico Nord: collegamento area vicentina con l’asse del Brennero
A4 Venezia-Trieste: ampliamento a tre corsie: tratto Quarto d’Altino-Villesse
Superstrada Pedemontana Veneta
Sistema di tangenziali venete di Verona, Vicenza e Padova parallele alla A4

Interventi in fase di realizzazione

Passante autostradale di Mestre
Completamento A28 Sacile: Conegliano, lotto 29

Veneto/Friuli Venezia Giulia

Collegamento autostradale A23 Udine-Carnia-Tarvisio e A27 Mestre-Belluno

Veneto/Emilia Romagna

Nuovi interventi

Romea autostradale (Orte-Mestre): potenziamento dell’E25 da Orte a Ravenna e nuovo collegamento da Ravenna a Venezia-Mestre

Allegato n. 3

La Legge regionale della Lombardia (LR 24/2006)
sulla prevenzione e la riduzioni delle emissioni in atmosfera

Al di là dei rilievi sulle competenze istituzionali nazionali e comunali (sui divieti di circolazione, i limiti al traffico e le sanzioni previste), sollevati dal Governo nazionale dinanzi alla Corte Costituzionale, che hanno un certo fondamento, la LR 24/2006 (meglio nota come Legge quadro antismog) presenta una serie di disposizioni e misure interessanti, che dimostrano la consapevolezza riguardo alla necessità di una politica integrata, sistematica e onnicomprensiva che voglia davvero perseguire l’obiettivo nei settori civile, industriale ed agricolo della prevenzione e riduzione delle emissioni in atmosfera.

La LR 24/2006 “Norme per la prevenzione e la riduzione delle emissioni in atmosfera a tutela della salute e dell’ambiente” contiene disposizioni e misure per:

- programmare su scala regionale interventi per il risanamento della qualità dell’aria
- integrare gli strumenti di monitoraggio e valutazione della qualità dell’aria
- promuovere accordi con le imprese e con gli enti locali per il rispetto del Protocollo di Kyoto
- favorire l’adozione di sistemi di gestione ambientale nel settore produttivo
- migliorare il rendimento energetico nell’edilizia
- incentivare l’utilizzo delle risorse geotermiche
- promuovere l’utilizzo delle biomasse in ambito civile
- disincentivare il traffico veicolare privato
- migliorare il servizio pubblico locale e la mobilità
- sviluppare la mobilità ciclistica e pedonale
- prevenire e ridurre le emissioni provenienti da attività agricole
- promuovere la produzione energetica agro-forestale

E’ proprio questa capacità di concepire e affrontare la complessità dl problema con politiche coordinate, che è forse l’elemento caratterizzante più positivo del provvedimento nel suo complesso.

Per quanto riguarda le singole misure, di un certo interesse sono: a) le iniziative congiunte tra Regione e Camere di Commercio per favorire l’adozione nel settore produttivo di sistemi di gestione ambientale e l’adozione di nuove tecnologie per il risparmio di energia e materia; b) l’incentivazione della risorse geotermiche a bassa entalpia e delle pompe di calore per il teleriscaldamento ed i teleaffrescamento degli edifici; c) l’integrazione del trasporto pubblico locale su gomma, con quello ferroviario e metropolitano; d) la promozione della mobilità ciclistica e pedonale attraverso la realizzazione di percorsi e zone protette; e) gli interventi di gestione sostenibile e incremento del patrimonio forestale al fine dell’assorbimento di carbonio atmosferico.

Suscitano invece delle perplessità le singole misure riguardanti: a) la mancata indicazione dell’obbligo di riconversione a metano per gli impianti termici civili alimentati con olio combustibile e carbone nei centri urbani metanizzati; b) l’istituzione dell’inventario regionale dei depositi di carbonio assorbiti e stoccati dagli ecosistemi forestali, che se male applicata può dare adito a interpretazioni distorte sulla compensazione della quote di emissione; c) la superficialità con cui viene affrontata e promossa la filiera delle fonti energetiche rinnovabili di origine agroforestale e agro-alimentare e di produzione dei biocombustibili.

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La Pianura Padana? Una Bombay su quattro ruote - Dossier del Wwf

Inutile continuare a pensarle come aree geograficamente appartenenti a regioni diverse, non ci sono confini: nella pianura padana è nata la “città diffusa” con 20 milioni di persone, tanti quanti sono gli abitanti di Bombay, che percorrono 20 km in media al giorno (nel 1980 erano 10) e 16.000 km all’anno (il doppio rispetto al 1980) su un’area urbana e sub-urbana di 30 mila kmq (con una densità di 650 abitanti a km) pari ad ¼ del Nord Italia. Il problema è che mentre gli investimenti su strade e autostrade continuano a crescere (con un + 25% in dieci anni) quelli nella ferrovia subivano un taglio progressivo (- 2% in dieci anni) provocando ingorghi e code sulle strade, inquinamento e conseguenti malattie respiratorie. Questa la fotografia che emerge dal dossier “Nord Italia: una ‘Bombay’ su quattro ruote - Analisi e proposte per la Megalopoli padana in movimento”, presentato dal Wwf in occasione della domenica di stop del traffico dell’intero nord Italia del 25 febbraio. La grande megalopoli padana, la “città diffusa” del settentrione, popolata da circa 20 milioni di persone su 25,3, si muove in un incessante ingorgo, concentrato in appena un quarto dell’intera superficie dell’Italia settentrionale. Il tasso medio di motorizzazione nell’Italia settentrionale è cresciuto di oltre il 50% (da 380 a 585 autovetture ogni 1000 abitanti), ma contemporaneamente i passeggeri sulla ferrovia sono aumentati solo del 13%. Le emissioni di CO2 - il principale gas serra - dovute al traffico autostradale ammontano a 66 milioni di tonnellate l’anno, con un incremento nel 2000, rispetto al 1980, del 71%. “In occasione del blocco auto del 25 febbraio ho scritto ai Presidenti delle Regioni del Nord proponendo 10 interventi strutturali e 20 azioni concrete per ‘governare la mobilità nella megalopoli padana’ - ha detto Fulco Pratesi, presidente del Wwf Italia -. Se venissero applicate queste azioni porterebbero a conseguire gli obiettivi del Protocollo di Kyoto e a superare lo squilibrio modale e la progressiva erosione del territorio e della biodiversità.” Tra le proposte contenute nel Decalogo del Wwf Italia figurano: introduzione della congestion charge, introduzione dei motori a metano e ibridi, incentivo dell’efficienza con veicoli più piccoli e leggeri, pianificazione territoriale, riorganizzazione radicale della rete del trasporto pubblico passeggeri, ripensamento dell’assetto dei servizi logistici, potenziamento dei nodi di interscambio, rafforzamento dell’innovazione logistica, potenziamento della rete ferroviaria, coerentemente con il quadro di integrazione dei servizi di trasporto passeggeri e merci.

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2.03.2007

L'effetto serra? C'è anche su Marte

Su Marte non si trovano certo grandi metropoli asfissiate dallo smog e brulicanti di gente. E difficilmente individueremo raffinerie di petrolio quando ci spingeremo a esplorare i gelidi Plutone e Tritone, luna ghiacciata di Nettuno. Neanche è immaginabile aspettarsi su Giove autostrade affollate di vetture avvolte nei fumi dei tubi di scappamento. Eppure questi pianeti, come la Terra, si stanno surriscaldando! Le ultime immagini di Giove scattate dal telescopio Hubble nel maggio 2006 hanno difatti testimoniato la crescita sulla superficie del gigante gassoso di una nuova macchia rossa, simile alla tanto celebre Grande Macchia Rossa, e ribattezzata perciò Giovane Macchia Rossa (Red Spot Jr.). Fu osservata per la prima volta nel 2000, ma negli ultimi 6 anni le sue dimensioni sono notevolmente aumentate.
Le evidenti anomalie cromatiche visibili su Giove sono in realtà dei giganteschi vortici atmosferici che si spingono fin oltre la copertura nuvolosa che avvolge il pianeta. Secondo ricercatori dell’Università della California il veloce e abnorme sviluppo della Giovane Macchia Rossa è indizio di grandi sconvolgimenti climatici in atto su Giove, associati negli ultimi anni a un rapido e intenso riscaldamento, anche di 5 °C, di alcune regioni del pianeta.
Ma c’è anche un altro spettacolare vortice che di recente ha attirato l’attenzione degli astronomi. Su Saturno la sonda Cassini ha fotografato in prossimità del Polo Sud un enorme e insolito uragano, con venti a oltre 550 chilometri orari e un diametro di circa 8000 chilometri, cioè più della distanza che separa Roma e Pechino, mentre il muro di nubi che ruota attorno all’occhio del ciclone si innalza all’interno dell’atmosfera fino a oltre 70 chilometri di quota.

COME DA NOI: PIU' CALDO, URAGANI PIù VIOLENTI Le caratteristiche di questa tempesta, secondo studiosi del California Institute of Technology di Pasadena, potrebbero indicare uno sviluppo simile a quello dei cicloni tropicali sulla Terra: sarebbe cioè la grande disponibilità di calore (nel caso del gelido Saturno, temperature sensibilmente meno fredde rispetto al normale) ad alimentare l’uragano. Del resto sia il telescopio Keck di Mauna Kea sia la sonda Cassini avevano recentemente registrato un riscaldamento di circa 2 °C proprio nella regione del Polo Sud di Saturno.
Il surriscaldamento planetario però non si è fermato ai corpi celesti relativamente più vicini a noi, ma sembra aver raggiunto anche quelli più lontani, perennemente avvolti nel gelo siderale. Come testimoniato da ricerche del Massachusetts Institute of Technology, su Plutone dalla fine degli anni ’80 a oggi la pressione atmosferica è più che triplicata, a causa del graduale innalzamento delle temperature (circa 2 °C) che ha spinto parte dell’azoto surgelato in superficie a evaporare e passare in atmosfera. Su Tritone, invece, il fenomeno è stato ancora più marcato: dal 1989, anno del passaggio della sonda Voyager, la temperatura è passata da circa 200 a 193 gradi sotto zero, tanto che anche la sua atmosfera sta diventando di anno in anno sempre più densa. Se nel caso di Plutone l’aumento delle temperature si può in parte spiegare con la sua lunga orbita di rivoluzione, che lo porta a fare un giro intero attorno al Sole nel corso di 248 anni terrestri e che proprio nell’ultimo decennio lo ha spinto nel punto più vicino alla nostra stella, più difficile è invece trovare una spiegazione al surriscaldamento della luna di Nettuno.
E come se non bastasse, ora è giunta notizia che su Marte, dopo le voragini osservate nelle calotte polari, indizio di un recente scioglimento, la sonda Mars Global Surveyor ha fotografato tracce di erosione del suolo che potrebbero essere prova dell’occasionale scorrimento di acqua. Insomma stiamo assistendo a un riscaldamento che sembra interessare tutto il Sistema Solare.

IL RESPONSABILE? IL SOLE, MA IN MODO INSOLITO
Ma se l’uomo, almeno in questo caso, non ha colpe, chi è il responsabile del riscaldamento interplanetario?
Il maggior indiziato sembra essere il Sole. In effetti siamo spesso erroneamente portati a credere che l’attività della nostra stella sia costante nel tempo, o almeno che subisca variazioni solo su tempi assai lunghi, mentre in realtà l’energia che essa emette verso lo spazio in tutte le direzioni subisce nell’arco di anni e decenni variazioni periodiche percentualmente assai piccole ma comunque in grado di influenzare il clima della Terra. I venti e tutti i principali fenomeni atmosferici si alimentano attraverso il calore che, sotto forma di radiazione elettromagnetica, arriva dal Sole: una quantità di energia che, nel punto in cui raggiunge la nostra atmosfera, è mediamente quantificabile in circa 1367 Watt per metro quadro.
E sono proprio le cicliche variazioni dell’energia emessa dal Sole che, tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo, hanno spinto l’Europa e il Nord America verso un periodo estremamente freddo, noto come Piccola Era Glaciale e culminato tra il 1645 e il 1710 in una fase caratterizzata dall’assenza di macchie solari (nota come Minimo di Maunder) durante la quale il calore che giungeva sulla superficie terrestre era inferiore rispetto a oggi di una quantità tra lo 0,2 e lo 0,7 per cento. Nel corso dell’ultimo secolo invece l’attività del Sole è andata progressivamente crescendo e ha così contribuito all’aumento delle temperature sulla Terra. E mai negli ultimi 1150 anni il Sole ha emesso tanta energia come ai giorni nostri. In particolare ricercatori dell’Earth Institute della Columbia University americana, analizzando i dati raccolti da 6 diversi esperimenti con satelliti di NASA, NOAA ed ESA, hanno recentemente evidenziato un aumento dell’ordine di circa 0,05 per cento per decennio, a partire dal 1978, della TSI, sigla che corrisponde alla Total Solar Irradiance, ovvero l’energia elettromagnetica che la Terra riceve dal Sole su tutte le lunghezze d’onda.
Ma può bastare il Sole per spiegare un così evidente aumento di temperatura anche nei pianeti ai confini del Sistema Solare? Forse sì, soprattutto alla luce di una recente ricerca di Adriano Mazzarella, responsabile dell’Osservatorio Meteorologico dell’Università di Napoli Federico II. Secondo questa ricerca, oltre alla radiazione elettromagnetica, cioè luce e calore, anche le particelle cariche emesse dal Sole assumono un ruolo importante nell’influenzare il clima terrestre. I gas a temperature altissime della parte più esterna dell’atmosfera solare, la corona, fuggono in parte verso lo spazio, dando origine al vento solare: getti turbolenti di particelle cariche, per lo più protoni, elettroni e nuclei di elio che si propagano a gran velocità in tutte le direzioni. Questo flusso, interagendo con il campo magnetico terrestre, dà origine non solo a fenomeni spettacolari quali le aurore polari, ma è anche causa di serie difficoltà nelle comunicazioni: il 29 ottobre 2003, per esempio, il Sole sparò miliardi di tonnellate di particelle elettricamente cariche verso la Terra a una velocità di oltre sei milioni di chilometri l’ora. L’impatto di questa grandinata di particelle sul campo magnetico terrestre diede origine alla più grande tempesta geomagnetica mai misurata sulla Terra, responsabile tra l’altro di un black out della rete Gps che durò diverse ore.

TRE FENOMENI PER L’EFFETTO SERRA TERRESTRE
La ricerca di Adriano Mazzarella ha ora evidenziato una serie di cicli ricorrenti, lunghi 60 anni, in una serie di parametri atmosferici e geofisici, utilizzando i dati dal 1868 a oggi: la turbolenza del vento solare, la durata del giorno misurata tramite la differenza tra la durata teorica del giorno, 86.400 secondi, e quella calcolata astronomicamente, la temperatura dell’aria dell’emisfero settentrionale e l’intensità delle correnti occidentali, misurata tramite il dislivello di pressione atmosferica tra le latitudini di 35° Nord e 55° Nord.
Ma come si legano fra loro questi parametri? L’analisi del ricercatore ha prodotto una spiegazione basata su fenomeni a cascata. Un graduale aumento della turbolenza del vento solare, attraverso perturbazioni del campo geomagnetico, potrebbe influenzare i movimenti all’interno del nucleo terrestre, dove si originano le linee di flusso del campo magnetico. A causa delle interazioni tra nucleo esterno, che è fluido, e mantello terrestre, che circonda il nucleo esterno ed è solido, ciò potrebbe riflettersi in una diminuzione della velocità di rotazione della Terra. Se la Terra ruota più lentamente aumenta però la durata del giorno, sia pure di decimi di millisecondo, e questo processo è a sua volta in grado di causare un’accelerazione delle correnti atmosferiche che fluiscono prevalentemente lungo i paralleli, dette correnti zonali.
Poiché l’energia cinetica del sistema Terra–atmosfera nel suo complesso deve rimanere costante, se il Pianeta rallenta il suo moto di rotazione le masse d’aria devono quindi muoversi più velocemente. Correnti zonali più intense rendono però più difficili gli scambi di masse d’aria dalle basse verso le alte latitudini e viceversa, e quindi viene rallentata anche la propagazione del calore accumulato nella fascia tropicale verso i poli: il risultato è una diminuzione della temperatura media del Pianeta. Viceversa, nei periodi in cui la turbolenza solare tende a diminuire, la velocità di rotazione aumenta, la durata del giorno diminuisce, le correnti zonali si fanno più deboli e, grazie a una più efficace distribuzione del calore, le temperature medie del Pianeta crescono.
Ma allora, se negli ultimi anni la turbolenza solare è aumentata, perché la Terra non si raffredda? In realtà tra aumento o diminuzione della turbolenza solare e conseguenti variazioni della durata del giorno c’è uno sfasamento di qualche anno e lo stesso avviene nel passaggio che porta all’aumento o diminuzione delle temperature. Considerando tali ritardi, un graduale aumento della turbolenza del vento solare diviene responsabile di una diminuzione della temperatura dell’aria a livello planetario dell’ordine di circa 0,2 °C ma con un ritardo di 25–30 anni, seguita poi nei 25–30 successivi da una diminuzione delle temperature pressoché eguale.
Queste variazioni però si sommano al costante riscaldamento del nostro Pianeta imposto sia dall’effetto serra di origine umana, sia dall’aumento di calore emesso dal Sole: ci sono quindi periodi in cui la turbolenza del vento solare contribuisce ad accelerare il riscaldamento del Pianeta, e altri in cui invece tende a frenarlo. In particolare, poiché la diminuzione della turbolenza solare dei decenni passati ha fatto sì che negli ultimi anni la durata del giorno sia andata diminuendo, con un conseguente indebolimento dell’intensità media delle correnti zonali, nel prossimo futuro ci attendono probabilmente altre annate di caldo record.

UN 2007 ROVENTE ANCHE IN ITALIA
Agli inizi di gennaio l’ufficio meteorologico inglese ha lanciato l’allarme: il 2007 sarà l’anno più caldo di sempre! Secondo i ricercatori inglesi c’è il 60 per cento di probabilità che le temperature medie del nostro Pianeta quest’anno risultino eguali o superiori a quelle delle annate record del 2005 e 1998. In effetti due fenomeni, su tutti, potrebbero spingere il 2007 verso picchi di caldo mai toccati prima: il riscaldamento globale ed El Niño. Il primo fenomeno, causato sia dalla maggior attività del Sole (negli ultimi 1000 anni mai così «caldo» come ai giorni nostri) sia dalle emissioni di CO2, ha subito un’accelerazione proprio nell’ultimo trentennio: il ritmo di riscaldamento della Terra durante il XX secolo è stato di circa 0,06 °C per decade ma negli ultimi 25–30 anni è bruscamente balzato a circa 0,18 °C per decade. Una tendenza testimoniata dal fatto che dal 1880 a oggi le cinque annate più calde di sempre sono tutte concentrate nell’ultimo decennio.
Il surriscaldamento si è fatto sentire soprattutto alle medio–alte latitudini, Italia compresa: dall’analisi del Centro Epson Meteo in base ai dati registrati in 62 località italiane risulta difatti che le temperature medie di questi primi anni del nuovo millennio sono più di un grado superiori a quelle tipiche della prima metà degli anni ’80. Insomma, la tendenza al forte surriscaldamento dell’ultimo decennio lascia pensare che il 2007 sarà comunque un anno molto caldo, mentre la spinta necessaria a battere il record potrebbe arrivare dal Niño, ovvero dall’anomalo riscaldamento di gran parte dell’Oceano Pacifico Tropicale. Già da qualche mese è in atto un moderato episodio di Niño che, secondo il centro di previsioni climatiche dell’ente americano per l’atmosfera e oceani (NOAA), dovrebbe raggiungere l’apice proprio in questo febbraio, per poi cominciare lentamente a indebolirsi.
Tuttavia, tutti i maggiori centri di ricerca americani ed europei concordano nel prevedere che almeno fino a maggio le temperature superficiali del maggiore dei nostri oceani rimarranno più calde del normale: in tal modo però trasmetteranno calore anche agli strati atmosferici di una regione molto vasta che, dalla Nuova Guinea alle coste dell’Ecuador, si estende per più di 10.000 chilometri!
In Italia invece El Niño farà sentire i suoi effetti soprattutto durante la prossima estate: i profondi sconvolgimenti della circolazione generale dell’atmosfera che lo accompagnano difatti durante la stagione estiva solitamente spingono con maggior frequenza e insistenza (come già accaduto nelle estati caldissime del 1994, 1998 e, soprattutto, 2003) sulla nostra Penisola il rovente anticiclone africano che, oltre alla calura, porta anche forte siccità. Inoltre quest’anno ad aiutare l’avanzata dell’alta pressione africana contribuirà anche la periodica inversione della direzione dei venti stratosferici tropicali: i venti quest’estate soffieranno difatti da Est verso Ovest, indebolendo le correnti occidentali che, negli strati più bassi dell’atmosfera, spingono le perturbazioni atlantiche verso l’Europa e contrastano la risalita dell’anticiclone africano verso l’Europa.

Andrea e Mario Giuliacci
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/02_Febbraio/02/newton.shtml

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